Valzani: una vita a Via del Moro

Una vera miniera di racconti ed aneddoti li abbiamo raccolti a voce, altri dal web , lasciati da chi ha avuto il buon senso di usare questo mezzo per fare vera tramandazione, questo racconto è tratto dal diario di Valzani: una vita a via del moro. In realtà le sue memorie le aveva affidate ad un blog, oggi sparito dal web, che noi abbiamo avuto l’accortezza di scaricarci in alcuni articoli, qui ne trovate solo alcuni passi….

Nino e Virginia Valzani, pezzi di Trastevere consegnati alla storia

“Dopo il bar al numero 40 c’erano i cosiddetti “Cacchioni”: che era una famiglia di poveri, l’unica di Via del Moro, che abitava in un basso; dove una volta c’era una stalla con le mucche che forniva il latte al Caffè del Moro.

Vicolo del Mattonato, “da Lucia “, in foto la Sora Lucia , nonna dal “Cacchione”..Renato..pezzi di storia di Trastevere

Di questi non so molto:rammento solamente che l’ultimo rimasto della famiglia, era un po’ il matto del villaggio. E andava in giro gridando in continuazione dalla mattina alla sera:- “Fatte vede Nazzarè”. A via del Moro di matto del villaggio ce ne stava anche un altro: Salvatore che si vantava con tutti di essere un ladro!… Più onesto di così!

Personaggi di una Trastevere che non c’è più Carlo Bavagnoli anni 67-72

Cioè … l’onestà intellettuale di dire la verità anche a discapito della propria reputazione!                Lo fecero vedere anche al telegiornale: dove davanti al giudice affermava e si vantava di essere un vero ladro, il povero Salvatore. Anche lui negli ultimi tempi della sua vita
andava in giro gridando varie frasi tra le quali: “Li dottori so tutti assassini.” “Hanno rotto er culo a tutte le donne.” ecc.

Nadia Proietti coi nonni Spartaco e Palmira Carlo Bavagnoli

Di Salvatore rammento che una volta rubò un cane; che una nostra cliente aveva legato fuori dalla porta. Era un cane di razza e la signora rientrò nella pasticceria trafelata reclamando il furto del cane. Pensai subito che era stato Salvatore; infatti lo vidi aggirarsi nei paraggi.

Donna Emilia a San Giovannino della Malva…quanto beveva…Emilio Gentilini

Gli dissi semplicemente:-“A Sarvatò aridamme er cane!” E dopo pochi secondi la signora riebbe il suo cane!
Di personaggi caratteristici a via del Moro ce n’erano anche altri: ad esempio il padre di cinque figli che abitavano nel portone del fattaccio. Era un alcolizzato che tutte le sere rientrando ubriaco si metteva aggrappato ad un’inferriata gridando in continuazione: è una vergogna… ripetendolo all’infinito.

Angelino A via del Cipresso, finì su una copertina di Life…

Poi c’era Chiovini che era un poeta, anche lui dedito all’alcol, che andava in giro per vendere i libri delle sue poesie. E veniva spesso nella nostra pasticceria per scambiare le sue poesie con dei
dolci. Scrisse anche una poesia che è rimasta un po’ il simbolo della pasticceria e che ancora usiamo sui nostri volantini. Chiovini era un vecchio anarchico con il quale spesso mio padre bisticciava. E con lui ho spesso avuto delle discussioni di carattere
politico.

Aldo Ciriello, er postino…

Sta di fatto che non ero affatto d’accordo con la sua anarchia… anche se non è che di politica me ne intendessi molto.

Dopo il basso dei Cacchioni al numero 41 c’era ed ancora c’è, tra i pochi rimasti, la tabaccheria della sora Norina. Più avanti c’era Babbanini lo stracciarolo che faceva una sorta di riciclaggio acquistando stracci, carta, vetro, metalli ecc. ed io andavo lì spesso a vendere carta, cartoni e metalli vari.

La “Cartonara ” , detta anche la Cartaginese… Emiliano Gentilini

Il riciclaggio lo facevano anche molte vecchiette che andavano in giro a raccogliere cartone per venderlo a Babbanini. Poi c’era uno dei tre barbieri che stavano a via del moro. (Quello che mi tagliò i boccoli!) Di seguito c’era il banco del lotto. Il ristorante detto “er buiaccaro” dove si poteva mangiare abbastanza bene ma a poco prezzo. E lì andavano molti Trasteverini.

La sora Elena e Cesarina , Le donne a Trastevere hanno fatto storia molto più di tanti uomini.

Poi negli anni 60 er buiaccaro cambiò nome, diciamo un nome più international diventando il ristorante da Marios’ Che è frequentato da molti stranieri in quanto si mangia bene e non si spende troppo. Dopo Marios’ c’era Lilli la parrucchiera.
Appresso Pirisi er coloraro che vendeva vernici ed era amico di mio padre ed ottimo cliente: un commerciante in gamba che in seguito ha aperto una fabbrica di vernici a
Pomezia.

Via della Paglia…la grande cuoca…

E poi di seguito c’era un laboratorio di pasticceria che faceva le forniture ai bar di cornetti e maritozzi il quale lavorava di notte, che mio padre chiamava er bocconottaro. Appresso c’era Bardone il norcino e Graziosi er pizzicarolo che erano
amici della famiglia di mia madre che abitava lì di fronte. Dopo Graziosi c’era la mercantina ed appresso l’osteria Tre Scalini. Che prendeva il nome dai tre scalini che
si dovevano salire per entrarci. Infatti una volta quasi tutti i negozi di muraglioni del Tevere, Trastevere si allagava spesso.

Spoletini..er più de Trastevere…

Tornando indietro sul lato opposto; c’era un antico forno, Lunadei, che faceva il pane. Questo forno aveva una finestra che dava sulla scala che portava alla casa di mia madre: e da quella finestra si potevano vedere i panettieri al lavoro. Come si può vedere su un dipinto, allorchè era gestito dalla famiglia della famosa Fornarina che fu l’amante e musa ispiratrice di Raffaello. Questo forno esisteva già nel 1500. Ed era gestito da Francesco Luti da Siena padre di Margherita Luti detta la Fornarina…la finestra a santa Dorotea sò tutte cazzate”.

 

Qui Nacque davvero il mito della Dolcevita…altro che Via Veneto
Aiche NAnà davanti il Rugantino
Aiche NAnà davanti il Rugantino

 

La torta “Nanà

Nel 1960, anno delle Olimpiadi a Roma, pensammo di ideare una torta che avrebbe dovuto essere chiamata Olimpico. Era una torta fatta a forma di cerchio che simboleggiava i cerchi olimpici. Ma fu in quel periodo che ci fu un fatto che all’epoca fece scalpore: il famoso spogliarello di Nanà al ristorante rugantino di Trastevere. Fu così che il dolce olimpico cambiò nome e divenne la torta Nanà: che ebbe un grosso successo per molti anni. Ed era in special modo apprezzata dai ristoranti: tra i quali il più famoso e conosciuto era la sora Lella dalla quale andavo praticamente ogni giorno a portare la torta Nanà. La grande sora Lella che trovavo sempre a sfaccendare in cucina: grande donna e grande cuoca di irresistibile simpatia.

 

 

 

 

1962 Lella Fabrizi nel suo ristorante

Più avanti un altro barbiere ed appresso c’era Clementi l’abbacchiaro. Poi c’era Giulio il fabbro, un uomo che ha lavorato Dio sa quanto e che ha fatto tutti i lavori in
ferro della nostra pasticceria incluse le inferriate, i banconi, i banchi del laboratorio ecc. che ancora ci sono. Di seguito c’era lo stampista che faceva stampi per ogni uso in gesso… stucchi, stampi per la pasticceria, ecc. poi c’era la “Scarfarottara” che vendeva le pantofole. L’officina che riparava le motociclette. Un altro forno, gestito da Anastasio Alimenti, che faceva pagnotte caserecce per ristoranti ed alimentari ed era noto tra i bambini di Trastevere perché regalava a tutti pizza e prosciutto, il figlio del quale è diventato un noto giornalista. Un ciabattino che riparava le scarpe. All’angolo c’era Ponteggi che era un negozio di alimentari. Poi il carbonaro; che era il negozio dove in precedenza stava l’antico caffè del moro. Di seguito un altro ciabattino. Appresso c’era la sora Concetta che faceva la pasta all’uovo. Poi c’era Camilloni che vendeva il vino sfuso di Frascati.

La sora Filomena che vendeva lefrattaglie. E poi un altro barbiere, Raniero. Di tutti questi negozi non c’è rimasto nulla: fatta eccezione per la nostra pasticceria, il tabaccaio, e l’ex carbonaro. Allo
40 stato attuale in molti negozi non so neanche cosa c’è; semplicemente perché il giorno sono chiusi ed aprono di notte… ed io alle otto chiudo il negozio. Infatti sono aperto dalle 10.00 del mattino alle otto di sera e 10 ore sono anche troppe…. Per la mia età! Insomma per chiudere con la descrizione delle attività di Trastevere: si può dire che sino agli anni 60 Trastevere era pieno di artigiani e di negozi. C’erano molti falegnami, c’erano molte stalle per le carrozzelle che portavano i turisti in giro per la città. Insomma era un quartiere vivo, che produceva un’infinità di cose. Per le strade e
i vicoli di Trastevere trovavi di tutto: c’erano Berni ed Acerno che facevano i callarari, c’erano vetrai, c’erano quelli che facevano le insegne luminose, frigoristi, biscottifici ecc. A via della Luce c’era anche la tipografia di mio zio Ercole. Di tutto ciò al giorno d’oggi con rare eccezioni non c’è rimasto nulla. I Trasteverini sono andati via tutti o quasi ed il quartiere si è popolato di stranieri che non ci sono quasi mai oppure di facoltosi signori che hanno acquistato gli appartamenti di Trastevere, che una volta erano considerati delle topaie, a prezzi esagerati. Infatti Trastevere dal quartiere popolare che era è diventato oggi un quartiere abitato da persone della elite politica e burocratica… e quindi gli onesti ladri di una volta non ci sono più! Siccome non tutti i mali vengono per nuocere la nostra pasticceria è tornata agli inizi… cioè ciò che mio padre desiderava: una produzione destinata ad una elite di specialità raffinateed uniche… ma all’occorrenza sono sempre pronto a rifare i bocconotti!…L’importante è che se magna! La nostra pasticceria lavora per tutti: belli, brutti, ricchi, poveri, ladri e onesti, della Roma e della Lazio, della Roma bene e della Roma male: e per dirla con la poesia di Chiovini:

Ortre de’ li Romani,
li Russi co’ l’Ingresi,
Francesi, Australiani,
persino li Cinesi!
Vanno tranquilli co’ l’Americani,
sempre a gustà li dorci de Valzani.
‘Na vorta tanto so tutti d’accordo
E de Valzani cianno un bel ricordo!
Nun badanno troppo all’intenzioni
Puro li Diavoletti so addiventatibboni!

“Non so se questo atteggiamento ecumenico mi si addice: ma questo è il mio carattere ed ovviamente non posso cambiarlo… per fortuna. La nostra missione, per
quanto possibile, è quella di addolcire la bocca a tutti!”

Ma a Trastevere non c’erano solo negozi ed artigiani ovviamente. Le attività commerciali ed artigiane in un quartiere sono quelle più esposte… quelle che vivono
nella strada e che tutti conoscono. Ma poi ci sono molte più persone che abitano nelle case e che tutto sommato sono meno conosciute: delle quali è difficile sapere qualcosa: anche perché per quanto mi riguarda non è mio costume impicciarmi negliaffari degli altri. E quindi, per qualche verso, vanno a formare un’anonima massa che frequenta le varie attività del quartiere. Sta di fatto che la maggior parte dei clienti della nostra pasticceria li conosci di vista, non sai né chi sono ne cosa fanno… direi all’80%. Magari li conosci da anni ma non sai né il nome né la professione. E francamente appartengo alla categoria di commercianti che usa la massima discrezione. E l’attuale legge sulla privacy per quanto mi riguarda è superflua…
perché la applico da sempre.

Pezzi di vita dell’autore..

“Trastevere” era il 1938…sempre dal diario Giovanni Valzani

Trastevere, era il quartiere delle matrone! A via del moro in molti negozi c’erano delle donne. Davanti alla pasticceria c’era la sora Filomena… la tripparola che vendeva le frattaglie; molto usate dai Romani: che so: per fare la pajata, la trippa alla romana, l’ossobuco, le animelle, ecc. nella pasticceria c’era la sora Virginia, cioè mia madre.

Franca la parcheggiatrice, moje de Bolero, detta la stallina..

Poi c’era la sora Norina la tabbaccara. La sora Concetta la pastallovara. La scarfarottara che vendeva le pantofole. La mercantina. Lili la parrucchiera. Ma poi, nell’ordine, al numero 36 c’era il ghiacciarolo che vendeva le colonne di ghiaccio che servivano per fare il gelato e per rinfrescare le ghiacciaie: a quel tempo i frigoriferi non erano molto usati.

La sora Zelinda….forza della natura…

Il ghiacciarolo era molto comodo perché stava accanto al nostro locale e tutte le mattine ci passava le colonne di ghiaccio che occorrevano per il nostro lavoro. Al numero 37a c’era il macellaro. Al numero 37b c’era, ed ancora c’è la nostra pasticceria. Ai numeri 37C e D, c’era Ferreri il lattoniere che produceva ogni sorta di pentole in alluminio, di latta e d’acciaio.

La Sora Concetta..la “Pastallovara ” di via del Moro

Quando Ferreri lasciò nel 1968 il locale lo presi io per aprire una attività di fabbricazione di specialità romane, pangialli, panpepati, torroni, uova pasquali ecc. nel 90 lo lasciai: dopo di ciò in 20 anni in quel locale sono passate almeno una dozzina di tentativi commerciali di vario
genere ma maggiormente sale da tè e caffetterie tutte regolarmente fallite:attualmente è chiuso.

La Sora Renata da Cencio La Parolaccia…
I colori degli anni 70, il bar del Moro

Al numero 39 c’era Giovanni con il suo bar latteria che ha gestito per anni: era un bar normale, che sulla porta aveva ed ancora ha un’insegna dipinta che raffigura dei soldati, e tre nere. Il bar come detto è ancora lì ed è uno storico bar che attualmente è diventato molto più antico di prima. La verità è che l’antico caffè del moro non era in quel “punto vendita” ma bensì nel negozio di fronte, dove per anni poi c’è stato il carbonaro: e non era affatto un caffè con stigliature antiche, raffinate ed eleganti: cioè non era un bar di lusso, come il caffè Greco che è il primo bar storico di Roma, ma l’antico caffè del moro era quasi una stalla: infatti ci si faceva il caffè con l’antica caffettiera napoletana, quella che quando l’acqua bolle si toglie dal fuoco e si capovolge… insomma era quello che a Roma era chiamato un “gricio” che vendeva un po’ di tutto… questa è la vera storia
dell’antico caffè del moro nel povero quartiere di Trastevere… altro che il finto antico dell’attuale bar.”

La Sora Rina , fruttarola a vicolo del cinque…
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9 Replies to “La Trastevere di Valzani”

  1. Ho pianto di nostalgia e di commozione. Quanti anni sono passati! Quanti visi noti!
    Ricordo con particolare affetto il postino.Ero una ragazzina ,mia sorella un po’ più grande di me. Aldo il postino, passando ogni giorno,aveva imparato a conoscerci . Un giorno,parlando di noi,disse:Io sposerei Diana (mia sorella),
    ma poi scapperei con Orietta (io). Sono ancora oggi lusingata da questa frase!
    Era una persona buona.Spero che la vita sia stata buona con lui.
    Grazie a voi tutti.

    1. Tra i tanti aneddoti ce ne è uno che narra sia scappato con una busta contenente un grosso asseggno…chissà se vera

  2. Bellissimo racconto e bellissime fotografie. Mia madre ha detto che era proprio così. Sopra all’abbacchiaro, tra l’altro, abitava il figlio dell’abbacchiaro che era medico.
    Il Giulio qui descritto, il fabbro che aveva lavorato “Dio solo sa quanto”, era mio nonno (che io ho conosciuto poco, è morto senza mai smettere di lavorare – anche in semi-come parlava dei lavori in officina- quando avevo 4 anni). Alla faccia di chi dice che i romani son fannulloni… 😉
    Grazie

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