TORRE DEGLI ANGUILLARA (Piazza G. G. Belli) 

Casa e Torre degli Anguillara in una stampa dell’800, ripresa dalla attuale viale Trastevere, praticamente prima del cinema Reale; a sinistra il passetto della Lungaretta dove si intravvede l’arco dell’annunziata

Nel Medioevo quasi tutte le torri, anche quelle che oggi vediamo isolate, facevano parte di complessi edilizi più ampi. I complessi erano di solito costituiti da una cinta muraria merlata con addossate alla faccia interna torri e abitazioni e una serie di strutture di supporto (cappella, forno, magazzino, scuderie, pozzo, cisterna) che garantivano l’autonomia in caso di assedio.

1886 Roessler Franz ci regala lo scorcio perduto del passetto della Lungaretta, sullo sfondo la cupola dei Catinari a Regola, la presenza del “Nasone” testimonia che prima delle demolizioni per la costruzione di Viale del Re, la fornitura idrica fu il primo intervento regio nella città, gia demolito appare però l’arco dell’Annunziata

Un bell’esempio di complesso fortificato è offerto dal Palazzo degli Anguillara, benché nella gran parte risalga al sec. XV e abbia subito pesanti rimaneggiamenti alla fine del secolo scorso. Gli Anguillara prendono il nome dal loro feudo presso Bracciano; loro capostipite fu un certo Ramone che, secondo la leggenda, uccise uno spaventoso drago che atterriva Malagrotta; per riconoscenza, il papa gli donò tutta la terra che poté percorrere in un giorno.

 

Arco dell’Annunziata, con edicola sacra, altra visione della torre questa volta dal lato opposto dove si intravvede il passetto sulla lungaretta

Gli Anguillara erano imparentati con gli Orsini, la più potente famiglia di parte guelfa, mentre erano acerrimi nemici dei Prefetti di Vico, ghibellini e potenti vicini di feudo: fu Everso II Anguillara (+1464) a sconfiggerli definitivamente; anche se poi dovette vedersela con Paolo II Barbo,che avviò una politica in aperto contrasto con le mire espansionistiche delle antiche famiglie baronali romane.

1855 Laplante , arco dell’annunziata e torre degli Anguillara

Del fortilizio medioevale originario rimane in pratica soltanto la torre in muratura laterizia del XIII secolo, anch’essa restaurata. Everso II infatti, intorno alla metà del sec. XV, trasformò la primitiva fortificazione in un palazzetto rinascimentale. Il conte Everso II degliAnguillara, già proprietario di case in Parione e in Campo de’ Fiori,  fece costruire una specie di fortilizio inglobando e restaurando una più antica torre .

Rara foto della torre dall’arco dell’annunziata 1873

 Le fondamenta si possono far risalire al sec. XIII. Il vicolo che lambiva la Torre degli Anguillara dalla Lungaretta al fiume, era uno degli scorci più caratteristici del rione Trastevere ed è stato uno dei primi ad essere scarificato durante la costruzione di Viale del Re, oggi viale Trastevere.

Esso si trovava proprio nello spazio dell’attuale raccordo tra Ponte Garibaldi ed il viale progettato per arrivare alla stazione di Ippolito Nievo. Oggi al suo posto c’è piazza Belli , la sua statua venne messa a coronamento della piazza più avanti ,inaugurata nel 1913.

 

 

Roessler Franz doveva essere molto legato a questo angolo di Trastevere, laciandoci anche questa visione della corte con il portoncino aperto verso il passetto

 

1907 Il cortile del Palazzo dopo i restauri di fine 800
Il cortile allo stato attuale in quella che oggi è La Casa di Dante

Situata in posizione strategica sulla sponda destra del Tevere, idonea a controllare il fiume e l’Isola Tiberina che le sta di fronte.
Il declino della fortuna della famiglia portò tuttavia presto a passaggi di mano nella proprietà del palazzetto, acquistato nel 1538 da Alessandro Picciolotti da Carbognano, uomo della corte pontificia e già vassallo, pare, degliAnguillara.

1888 L’arco dell’annunziata non esiste più, rimane solo l’edicola sacra, in fondo il passetto della Lungaretta con scene di vita in una foto del Roessler Franz

Nel 1542 un devastante terremoto procurò gravi danni non adeguatamente riparati, per cui cominciò un degrado progressivo, con lunghi periodi di abbandono, della struttura, che si guadagnò presto l’epiteto di «Palazzaccio». Passato successivamente alle zitelle di S. Eufemia, l’edificio venne acquistato nel 1827 da Giuseppe Forti, borghese trasteverino, che lo adibì a sede di una fabbrica di vernici e vetri colorati. Incisioni di C. Laplante e acquerelli di Ettore Roesler Franz hanno lasciato suggestiva testimonianza, nell’Ottocento, dello stato di decadenza dell’edificio.

Una foto che restituisce il fascino del passetto della Lungaretta, dove si intravvede quella che diverrà viale Trastevere, dove oggi c’è il Cinema Reale, anche se in realtà quelli che si intravvedono sono vecchi edifici demoliti nel 1936, l’edificio del cinema fu edificato al loro posto nel 1939, ennesima demolizione inutile concessa da quello che era il piano regolatore del 1908
Irriconoscibile sia la base della torre ( a sinistra della foto) tantomeno il portoncino prima del passetto rispetto al restauro col quale oggi conosciamo il complesso degli Anguillara

Espropriato nel 1887 dal Comune di Roma, venne restaurato agli inizi del Novecento, con un’opera di sapiente recupero della struttura antica affidata alle cure dell’architetto Augusto Fallani, che inglobò sulle pareti esterne e soprattutto interne, nel cortile, frammenti di antichi reperti e fregi architettonici, tra cui colonne con capitelli, insegne araldiche, e tra queste lo stemma degli Anguillara, con due anguille incrociate.

 

1909 piazza Belli torre degli Anguillara

I restauri del 1898-1902 effettuati da Augusto Fallani, hanno innalzato la torre di un metro e mezzo e la hanno dotata di una merlatura ‘in stile’; sono elementi moderni il fianco su via degli Stefaneschi, la cortina frontale, lo stemma di Everso II e le finestre su viale Trastevere. Studi recenti (1986) hanno fatto conoscere l’esistenza di una seconda torre su via della Lungaretta, oggi inglobata e nascosta dall’intonaco.

Irriconoscibile il complesso degli Anguillara in questa foto dove un passetto la univa ad altre costruzioni della Lungaretta,( immagine presa dove attualmente c’è il passaggio con semaforo di viale Trastevere di fronte al cinema Reale)… poi demolite per la costruzione di Viale del Re 1870

Il portale su viale Trastevere è del XV secolo; si noti tuttavia l’archivolto sul portoncino d’ingresso: anche se restaurato, è ben costruito con laterizi stilati. Nel 1913 infine lo statista S. Sonnino, proprietario del palazzo ormai diroccato, lo ripristinò e lo affidò all’Ente Morale Casa di Dante.

1924 a Piazza Belli, dietro il complesso degli Anguillara le vecchie case di viale Trastevere dove oggi svetta il palazzone a sette piani del cinema Reale
1922, c’è gia la targa apposta quell’anno sulla torre che la deputa alla memoria Dantesca (forse dedicarla al Belli era troppo scontato?) tant’è che malgrado l’inaugurazione in pompa magna dell’evento, la mano di Pasquino (vedi scritta accanto, illeggibile) colpì sovente le mura adiacenti con scritte sarcastiche sulla scelta del poeta toscano affianco alla romanità del Belli.

 

Questa scelta non piacque al popolo Trasteverino, che avrebbe gradito , ritenendolo scontato, di farne un museo dedicato al cantore della Romanità che peraltro, era  già stato insignito di una statua e donato toponomastica alla Piazza, ossia il Belli.

Il complesso edilizio , gia reso alieno al rione da un restauro azzardato che ne aveva snaturato le superfetazioni ottocentesche, apparve subito un circolo di snob con puzzetta sotto il naso che si rintanavano nel suo interno dove il popolo non aveva accesso ( le cose non sono cambiate poi col tempo ). “Sicché” per dirla alla Dante…fiorirono scritte sul muro nel classico stile Pasquinesco e la stessa statua del Belli, fu per un periodo una statua parlante. Ai nostri giorni, la tramandazione popolare ci riporta una sola delle mille frasi sarcastiche ed ingiuriose rivolte agli illuminati (termine che si sposa bene con la percezione di massoneria che il luogo ebbe da subito), suonava circa così: ” Ar Belli che je sempre piaciuto er vino janno messo accanto quello dell’ojo” alludendo a Dante quanto alla torre di forma quadra , simile alla forma della bottiglia di olio ai tempi, molto pubblicizzato col nome del Poeta toscano…Una curiosità, l’olio si chiamava Costa in origine ma durante i loro scambi con l’America il prodotto veniva , a causa di questo nome, identificato con la Spagna. Gli venne dato dunque un nome che dell’Italia fosse simbolo e Dante fu la scelta efficace. La famiglia genovese che gia possedeva una nutrita flotta navale dedita al commercio internazionale è infatti la progenitrice della Costa Crociere…altra curiosità poco conosciuta.

TORRE DI FIERAMOSCA (Piazza S. Cecilia) 


La casa-torre nell’angolo tra piazza S. Cecilia e piazza dei Mercanti presenta al pianterreno colonne di spoglio coronate da capitelli ionici e collegate da archi di laterizio che denotano l’esistenza di un originario portico, successivamente tamponato, sostenuto da un pilastro d’angolo.

Torre detta del Fieramosca 1950

Alla sommità del corpo in angolo, la parete in tufelli mostra una decorazione ad archetti ogivali ciechi, su beccatelli marmorei, che delimitavano forse una loggetta.

1930 a piazza de Mercanti

La cortina è di colore variabile dal giallo al marrone. Il complesso, databile alla seconda metà del XIII secolo, sembra essere il risultato di una fusione di più edifici medianti passaggi e scale di collegamento, nonostante le differenze d’altezza e i dislivelli tra i piani.

1908 Torre del Fieramosca

La casa-torre viene detta di Ettore Fieramosca, ovvero del nobile capuano protagonista della famosa disfida di Barletta. La fantasiosa attribuzione nasce da una scena dell’Ettore Fieramosca di D’Azeglio. In realtà noi sappiamo che l’edificio fu di proprietà dell’Ordine degli Umiliati, che nel Trecento si stanziò nel convento annesso a S. Cecilia, svolgendovi attività relative alla lavorazione della lana.

Rara immagine di metà 800, nella piazza de Mercanti si intravvede una piccola casetta demolita durante i lavori per i muraglioni a Ripa Grande

Il movimento degli Umiliati, sorto in Lombardia verso la metà del sec. XII, si proponeva di vivere “a modo della Chiesa primitiva”, perseguendo cioè l’ideale della povertà volontaria, mostrato da Cristo e dagli Apostoli, senza possedere nulla personalmente, traendo i mezzi di sussistenza dal proprio lavoro e costituendo comunità di uomini e donne che vivevano in continenza. Presto si chiarirono due tendenze: una che fu accusata di eresia per non aver riconosciuto l’autorità suprema della Chiesa di Roma, e che darà origine alla setta dei Poveri Lombardi, l’altra che si inserì invece pienamente nei ranghi della Chiesa costituendosi in Ordine religioso con una Regola che fu approvata da Innocenzo III nel 1201.

La torre in una stampa di fine 800 ospitava Andrea “er macellaro” dei Mercanti

Tale Regola prevedeva: il rifiuto del lusso, il lavoro manuale, l’astensione dall’usura, la donazione del superfluo ai poveri. L’Ordine decadde nel sec. XV.

 

TORRE DI MONTE FIORE (Via di Monte Fiore) 

Un dipinto del 30 ci restituisce la zona di Montefiore prima delle demolizioni del circondario intorno l’Exubitorium

Demolizioni a Montefiore 1936

Il toponimo Monte Fiore evidenzia il fatto che l’area sorge su un rialzo del terreno. Tale rialzo tuttavia non è naturale; a 8 metri di profondità sono infatti i resti dell’antico Excubitorium della VII Coorte dei Vigili.

1936 demolizioni a Montefiore torre del colosso
Demolizioni tra la torre degli Anguillara e Piazza Sonnino, del Drago, tutta l’area verrà demolita nel 1936 e ricostruita nel 1939

Nel basso Medioevo, un edificio, oggi demolito, identificabile come torre sfruttò l’Excubitorium come fondazione.

Via di Montefiore, rara foto dell’edificio poi demolito nel 1936 ( si vedono i graffiti dei rilievi del 1932 ) , oggi qua sotto si trovano i locali dell’Exubitorium
Via di Montefiore 1943, un tempo era vicolo cieco , a sinistra in fondo c’è l’attuale Puff di Lando Fiorini

Potrebbe essere forse la Torre del Colosso (che sappiamo che doveva trovarsi da queste parti e che fu venduta da un certo Colosso a un non meglio identificato De Marrais.

Quel che di romano resta furono le fondamenta della torre medioevale, gli edifici che la circondano furono ricostruiti nel 1939 a seguito di precedenti demolizioni.

Ma chissà che la torre non sia parte del leggendario Palazzo della Bella Fròda!… A Roma un tempo si raccontava che a Monte Fiore si trovava il Palazzo di una bella romana, chiamata Fròda o Flora, che girava a bordo di una sua biga d’oro tirata da un cavallo.

Sopra questa piattaforma messa a copertura dell’Exubitorium (solo negli anni 60…) si ergeva la torre del Colosso

Si racconta pure che si fecero scavi e scavi alla ricerca della biga, ma si trovò solo lo scheletro d’un cavallo. Leggende a parte, abbiamo detto che la torre sfrutta l’Excubitorium come fondazione. In effetti nel Medioevo, oltre a singole parti di monumenti antichi, spesso si riutilizzavano interi edifici, trasformandoli in fortificazioni (Teatro di Marcello, Colosseo, Mausoleo di Augusto ecc.). Quest’uso ha permesso che molti monumenti antichi potessero giungere fino a noi.

Da notare una piccola nicchia ad arco aperta su l’unico muro ancora in piedi della torre; tale nicchia (forse atta a ospitare un’immagine sacra) è molto comune negli edifici medioevali: la ritroviamo per esempio all’interno dell’Albergo della Catena e nella Casina del cardinal Bessarione.

 

TORRE DI VIA DEL MORO (Via del Moro 50) 

La torre del Moro

Al n. 50 di via del Moro, si innalza un interessante edificio laterizio medioevale, finora poco studiato. Eppure l’edificio, chiaramente identificabile come torre, presenta anche una notevole accuratezza costruttiva, come si può notare nell’uso sapiente della stilatura.

Poco più giù verso Piazza Trilussa, esistono in realtà altre edificazioni che con il loro razionalità costruttiva potrebbero derivare da monconi di torri edificate su resta dell’impero..

La stilatura consiste nell’incisione lasciata sui letti di malta con l’orlo della cazzuola o con uno stilo guidato da un regolo; essa è una sorta di vezzo edilizio, teso a correggere sbavature e difetti vari, al fine di conferire al manufatto una sua regolarità formale; un vezzo che torna in voga tra XI e XII secolo, a testimonianza dell’intimo desiderio di un rinnovamento culturale. Eccellente è anche la ghiera dell’arco in facciata: anche se sopraffatta da molte ingiurie, la ghiera esprime perfezione per scelta di materiali e posa in opera: questa ghiera è testimonianza della ripresa costruttiva dopo i saccheggi del Guiscardo, quando si manifestò un nuovo fervore costruttivo: questo determinò la rifioritura di belle ghiere ottenute con il reimpiego principalmente di bipedali (60cm). Già nel sec. XIII, la scarsità di mattoni interi comportò la costruzione di archi a sesto ribassato, ovvero causò archi non perfettamente impostati oppure costituiti da laterizi frammentati.

 

TORRE DI PIAZZA DELLA SCALA (Piazza della Scala 56-57) 


Ai numeri 56-57 di piazza della Scala, una casa, il cui aspetto attuale è settecentesco, presenta sul fianco ovest mensole e anelli di pietra che sembrano essere testimonianza del fatto che questo edificio in realtà inglobi una torre medioevale.

Gli anelli, che presumibilmente dovevano servire a farvi scorrere serrande o ad appoggiarvi strutture lignee provvisorie, potrebbero trovare un parallelismo con gli anelli posti in cima a Tor Sanguigna.

La torre gemella degli Stefaneschi un tempo addossata alle mura aureliane della Farnesina, sulla sinistra della foto..

Inoltre su questa piazza, verso la metà del secolo scorso, l’Adinolfi vide una casa con un piccolo portico (oggi scomparso), che forse poteva far parte del medesimo complesso della torre; si conserva invece ancora oggi, sulla vicina via della Scala, il resto di un portico medioevale, oggi tamponato e inglobato in un edificio posteriore.

Come gia detto nel post di Vicolo Moroni, esisteva nei paraggi di vicolo della Farnesina, adiacente le mura Aureliane, una seconda torre gemella di questa sempre degli Stefaneschi, andata distrutta per la costruzione dei muraglioni.

Piazza della scala dalla torre Stefaneschi

Non è da escludere che il tutto facesse parte di un unico complesso di proprietà della famiglia Stefaneschi; infatti l’Adinolfi dichiarò che la casa porticata che lui vide, appartenne agli Annibaldi che furono imparentati con gli Stefaneschi. E noi sappiamo che questa famiglia, una delle più importanti e potenti a Roma nel Medioevo, dimorò dapprima sul Palatino, quindi proprio presso la basilica di S. Maria in Trastevere.Gli Stefaneschi ebbero la loro maggiore potenza nei secc. XIII – XIV; numerosi suoi membri furono senatori della città o cardinali.

1962, piazza della scala e torre degli stefaneschi

I più noti sono: – Pietro Stefaneschi, podestà di Firenze nel 1280, rettore di Romagna (1286-88) e senatore di Roma nel 1293, nel 1299 e nel 1302; – Jacopo (1270-1341), fratello di Pietro,cardinale diacono di S. Giorgio in Velabro da Bonifacio VIII (1295); uomo colto e di gusto, abile diplomatico e protettore delle arti, commissionò a Giotto il famoso mosaico con la Navicella nell’atrio di S. Pietro (oggi scomparso: ne rimangono solo due angeli, uno nelle Grotte Vaticane e uno a Boville Ernica) e il polittico per l’altare maggiore, oggi nella Pinacoteca Vaticana; al Cavallini commissionò un affresco per l’abside della sua chiesa titolare di S. Giorgio in Velabro; – Bertoldo, fratello di Pietro e Iacopo, che fece ornare con mosaici dallo stesso Cavallini l’abside di S. Maria in Trastevere; – Giovanni, figlio di Pietro, senatore di Roma nel 1309.

 

TORRE DEI TOLOMEI (Via dell’Arco de’ Tolomei) 

All’angolo tra via dei Salumi e via dell’Arco de’ Tolomei si erge una piccola torre in laterizio, che doveva far parte del complesso dei Tolomei. Poiché la torre è ‘scapitozzata’, ovvero ha perduto i piani più alti. essa risulta più bassa degli edifici adiacenti, che però sono tutte costruzioni d’età moderna.

arco tolomei 1972

Pertanto nel Medioevo dobbiamo immaginare una situazione inversa, con la torre, più alta di come oggi si presenta, che svettava tra edifici vicini più bassi. A sinistra della Torre si apre l’Arco de’ Tolomei, esistente già nel 1358 (quando era già di proprietà dei Tolomei, una importante famiglia senese) e restaurato “in stile” nel 1928. Prima del 1358 l’arco (e tutto il complesso di cui fa parte) dovette essere di proprrietà della famiglia Bondii, un’antica famiglia romana: un certo Nicolaus de Bondijs de regione Transtyberim è citato in un documento del 1331.

Torre dei tolomei 1972

L’arco risulta ribassato e frammentato. In effetti, fin dalla seconda metà del XIII secolo, la irreperibilità di mattoni interi impone il confezionamento di ghiere con mattoni spezzati. Per questo si preferì fare ghiere più basse o archi a luce più stretta. L’arco è sovrastato da un edificio moderno. Archi medioevali esistono ancora presso via Torre Argentina, piazza Cenci, vicolo dei Tre Archi presso i Coronari. Questi archi dovevano essere, a norma di una disposizione del 1250, abbastanza alti da consentire a una donna, con in capo un recipiente grande e uno piccolo, di passarvi sotto. A sinistra dell’arco (ovvero dalla parte opposta della torre) doveva forse sorgere un altro corpo di fabbrica medioevale, che non si esclude sia oggi inglobato nell’edificio novecentesco.

TORRE DEGLI ALBERTESCHI (Piazza in Piscinula)

Torre degli Alberteschi in via della Lungarina, demolita per i muraglioni

Accanto al campanile di S. Benedetto in Piscinula si erge una struttura quadrata intonacata, la cui forma e dimensioni fanno presumere una sua identificazione con una torre: forse una delle torri della famiglia Alberteschi, che sappiamo sorgevano proprio nella zona in piscinula.

Foto rare della torre qui presa da vicolo della boccia
Mappa Gregoriana della Lungarina, il quadrato in basso al centro era la torre

Per la precisione la più alta e celebre era in via della Lungarina, situata tra piazza Castellani e Piazza in Piscinula, richiama il nome di

Portone della Torre, evidenti gli intarsi di reperti , colonnati a testimonianza del basamento romano he accomuna tutte le torri romane

via della Lungara e Lungaretta, specificandone però, con il diminutivo, la lunghezza decisamente più ridotta rispetto alle altre due.

Occorre precisare tuttavia che un tempo la via giungeva fino a Ponte Rotto, fino a quando la costruzione dei muraglioni del Tevere ne tagliarono un tratto, ricco peraltro di presenze importanti, come il “palazzo Castellani”, della nobile famiglia romana risalente al XIV secolo, e la “Torre degli Alberteschi”, della quale l’unico ricordo è affidato oramai alla toponomastica del Lungotevere

San Benedetto in Piscinula 1900

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